Dalla colpa alla responsabilità: smettere di incolpare i genitori
Il gesto di restituire
C’è un pendolo su cui tante donne passano anni: da una parte la rabbia verso i genitori, dall’altra la colpa verso se stesse. Avanti e indietro, senza pace. Questo articolo parla della terza posizione, quella da cui si scende dal pendolo.
La colpa guarda indietro e paralizza
Incolpare i genitori funziona, all’inizio. Dà un ordine al dolore: se sto male così, qualcuno deve avermi fatto questo. E spesso è vero, le mancanze ci sono state, a volte gravi. Il problema è quello che viene dopo: finché la causa della tua infelicità sta tutta nelle mani di qualcun altro, anche il rimedio sta nelle mani di qualcun altro. Aspetti scuse che non arrivano, cambiamenti che non arrivano, e intanto la vita passa.
L’altra faccia del pendolo è identica e rovesciata: colpevolizzare te stessa. Ho sbagliato uomo, ho sbagliato a sposarmi, ho cresciuto male i figli. Sembra presa di coscienza ed è un’altra paralisi, perché la colpa schiaccia e basta: da schiacciata non si costruisce niente.
Spesso il peso che ti porti dentro non è mai stato tuo. — Valeria
Cosa succede in costellazione
Nelle sedute accade una cosa che le parole da sole ottengono di rado. Metti in campo tua madre, tuo padre, e li vedi: prima di essere i tuoi genitori sono stati figli di qualcuno, con le loro mancanze, i loro lutti, le paure mai dette.
Ricordo una cliente arrabbiatissima con la madre, assente per tutta la sua infanzia: quando in costellazione ha visto le difficoltà che quella donna aveva addosso negli anni in cui doveva farle da madre, la rabbia non ha più trovato appiglio. Al suo posto è arrivato un senso profondo di compassione.
Compassione, con precisione
Attenzione: compassione non vuol dire dare ragione, giustificare, tanto meno dimenticare. Vuol dire vedere la storia intera invece che il solo capitolo in cui ci sei tu.
Da quella visione la rabbia si sgancia, e l’energia che teneva in piedi il rancore torna disponibile per te.
La colpa chiede di chi è stato l’errore. La responsabilità chiede: adesso che ho visto, cosa ne faccio?— Valeria
La responsabilità restituisce potere
Le due domande portano in direzioni opposte. La prima ti tiene nel processo, a fare l’avvocato o l’imputata per sempre. La seconda ti mette in cammino.
Prendersi la responsabilità della propria vita significa questo: riconoscere quello che hai ricevuto, comprese le ferite, e decidere cosa costruirci sopra. Nessuno esce dalle mie sedute con un colpevole nuovo, nemmeno se stessa. Si esce con un pezzo di verità in più e con le mani finalmente libere.
Ci tengo a dirlo con onestà: questo passaggio non si fa in un’ora, e diffido di chi lo promette. Una costellazione apre la porta, poi la compassione va abitata giorno dopo giorno, con ricadute e ritorni di rabbia che fanno parte del percorso. La differenza è che dopo aver visto non si torna più indietro del tutto: quello che hai capito col corpo resta.
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