Ho tutto eppure non sono felice
Una pausa nello studiolo · Genova
C’è una frase che nel mio studiolo arriva sempre a voce bassa, come una confessione: “guarda che io ho tutto, eh. E allora perché sto così?”. Se te la stai dicendo anche tu, cominciamo da qui: quel malessere ha diritto di esistere, e ha anche una logica.
Il malessere senza permesso
I dolori con una causa visibile ricevono comprensione: un lutto, una malattia, un licenziamento. Il tuo no. “Ho tutto” significa anche: nessuno mi autorizza a stare male, nemmeno io. Così il malessere resta clandestino, e tu spendi energie doppie, quelle per sopportarlo e quelle per nasconderlo, anche a te stessa, riempiendo le giornate di cose da fare.
La vita ordinaria senza desiderio è una delle forme di sofferenza più diffuse che incontro, e una delle meno raccontate. Il fatto che non abbia un nome da referto non la rende meno vera.
Cosa c’è, di solito, sotto
Quando stendiamo le carte su questo tema, tre cose tornano più di tutte. La prima: una vita costruita sui “si deve” più che sui desideri, così ben costruita che a un certo punto il desiderio non sa più dove abitare.
La seconda: un permesso mancante. Per essere felici serve una specie di autorizzazione interiore, e se nella tua famiglia la felicità non è mai stata di casa (donne che hanno rinunciato, uomini che hanno solo lavorato, dolori mai attraversati), superare in felicità chi ti ha preceduta può sembrare, sotto sotto, una scortesia. La terza: un dolore antico e mai attraversato, che chiede il conto proprio adesso che tutto è a posto e c’è finalmente spazio per sentirlo.
Come ci lavoriamo
Il consulto tarologico è il posto giusto per cominciare, perché il tuo tema è vago per definizione e le carte sono maestre nel dare forma al vago. Un’ora di lavoro serio sulle immagini e il “non so cosa ho” diventa qualcosa di preciso: un permesso da chiedere, una rinuncia da guardare, un lutto da finire di fare.
Se il filo porta alla famiglia, e capita spesso, il passo dopo è una Costellazione. Si parte sempre da dove sei adesso, senza forzare niente.
Il vuoto che senti non chiede di essere riempito: chiede di essere ascoltato.— Valeria
Dare forma a quello che non ha nome
Cosa raccontano le clienti, dopo
Quasi mai stravolgimenti: la casa, il lavoro e la famiglia di solito restano. Cambia l’ingrediente che mancava, torna il desiderio. Una si è iscritta a canto a 52 anni, una ha ripreso in mano un progetto chiuso in un cassetto da dieci, una ha semplicemente smesso di riempire i sabati e ha scoperto che il vuoto, ascoltato, era diventato spazio. La felicità, vista da vicino, somiglia più a questo che ai fuochi d’artificio.
Se vuoi parlarne
Nella chiamata conoscitiva gratuita puoi dire “non so nemmeno io cosa ho”: è un ottimo punto di partenza, e ci penso io a fare le domande. Ci vediamo nel mio studiolo a Genova o online. Scrivimi, partiamo da lì.
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Raccontami come stai dal form sul sito. Ti rispondo io, personalmente, e se ha senso fissiamo una chiamata conoscitiva gratuita. Nessun impegno, nessuna pressione. Solo un primo contatto.
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