Counseling Tarologico

Non li ho scelti: come ho unito Tarocchi e Costellazioni Familiari

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Mi chiedono spesso quando ho capito che leggere i Tarocchi sarebbe stato il mio lavoro. La verità è che non l’ho mai capito. Non è stata una decisione, non è stata una vocazione: è stata una cosa così naturale che non mi sono fatta domande.

Albero della vita con volti di persone tra le foglie e mani intrecciate alle radici — l'unione di Tarocchi e Costellazioni Familiari

I Tarocchi mentre lavavo i piatti

Era il 2021, lockdown. Lavavo i piatti in cucina e all’improvviso mi è arrivata in testa l’immagine dei Tarocchi. Sono nata nel 1980 e mi ricordavo che da bambina, in tv, c’era una vecchia pubblicità con i Tarocchi: credo che fosse partita da lì. Solo che io non avevo mai toccato un mazzo di carte. Non so neanche giocare a rubamazzo: vado proprio a zero.

Ho detto a voce alta “i Tarocchi”, così, come si dice una cosa qualunque. Il giorno dopo mi scrive una persona su Facebook — un contatto che avevo da anni ma con cui non avevo mai parlato. Insegnava Tarocchi. Mi ha mandato per posta il mio primo mazzo: un Rider-Waite. Il caso non esiste, lo so. Ma quando succede così, è difficile non sentire che qualcosa si sta muovendo per conto suo.

Non l’ho deciso. Dovevo essere lì.

Quando il mazzo è arrivato, ho sentito una connessione subito. Però non l’ho letta come “ecco, questo sarà il mio lavoro”. Era diverso: era come se non avessi scelta. Non ho scelto uno strumento al posto di un altro, non mi sono guardata intorno, non ho ragionato. È stata una cosa talmente naturale che non mi sono mai fatta domande.

Una vocazione la senti, una scelta la fai. Quello che è successo a me era né l’una né l’altra: era una constatazione. Dovevo essere lì.

Per anni non mi sono sentita portata

Eppure per anni non mi sono sentita portata a leggere. Pensavo di non avere il dono. Le mie letture erano di una banalità pazzesca: ogni volta che ne facevo una mi dicevo “vabè, cosa sto qua a fare?”. Allora mollavo. Poi li sognavo, li trovavo per terra, una signora una volta mi ha fermato sul treno per dirmi che veniva da una famiglia di lettori di Tarocchi. Non riuscivo a stare lontana dalle carte, ma non riuscivo neanche a sentirmi a mio agio mentre le leggevo.

Avevo fatto i corsi e avevo imparato il metodo: la legge dello sguardo, la somma teosofica, le stese passato-presente-futuro. Conoscevo le regole. Ma più applicavo le regole, più la lettura diventava meccanica. E meno ero nel sentire.

Non puoi sentire le carte se stai pensando al manuale.

L’incontro con le Costellazioni Familiari

A un certo punto ho cominciato la formazione in Costellazioni Familiari. Lì ho conosciuto un’altra ragazza che leggeva anche lei i Tarocchi e mi ha fatto vedere una costellazione fatta con le carte. Per me è stato il punto di svolta. Ho preso quello che le Costellazioni mi insegnavano sul movimento, sul campo, sul sentire dei rappresentanti, e l’ho trasferito alle carte.

Da lì in poi le mie letture sono cambiate completamente.

Come funziona la mia stesa

Mi sono inventata la mia stesa. Non uso più stese preimpostate del tipo “passato, presente, futuro”. Davanti a me c’è la persona con quello che porta. Mi viene da fare una domanda, prendo una carta, la muovo nello spazio. A un certo punto le dico di fermarmi: come la carta si ferma lì, sta. Quella è la sua posizione, ed è quella che crea il campo.

È esattamente quello che accade in una costellazione: quando un rappresentante entra nel cerchio, decide dove muoversi. Nessuno gli dice “vai là”. Si muove in base al sentire. Per le carte funziona allo stesso modo. Le faccio muovere in base al sentire del consultante, e poi ascolto cosa ha da dire la disposizione che ne è uscita.

Quello che ho capito unendo i due strumenti è una cosa semplice: il campo di coscienza dei Tarocchi è la stessa cosa del campo di coscienza familiare. Sono due porte d’accesso allo stesso luogo.

Studio. Non solo intuito.

Voglio essere chiara su un punto, perché quando si parla di Tarocchi si pensa subito che sia tutta intuizione. Non è così. Lo studio serve, e serve tanto. Lo studio ti insegna a osservare la carta — perché la carta è ricchissima di particolari, e quei particolari ti aiutano nella lettura. L’intuito da solo non basta: i dettagli della carta ti permettono di articolare meglio la risposta, di andare più in profondità.

Quando una sessione funziona davvero, è la combinazione di tre cose:

Quello che faccio non è cartomanzia

I Tarocchi non predicono il futuro. Quello che faccio è un’altra cosa: i Tarocchi illuminano le parti di te che stanno in ombra. C’è una domanda, esce un archetipo, e quell’archetipo ti restituisce qualcosa che già sapevi ma non avevi ancora il coraggio di guardare.

La parte più sorprendente delle sessioni è quasi sempre questa: il momento in cui il consultante si riconosce. Non lo dico io che la carta parla di te — lo dici tu. “Sì, è esattamente questa la mia ombra. Sì, c’è qualcosa qui che riconosco.” Ed è in quel momento che la sessione inizia davvero a fare il suo lavoro.

Se vuoi capire se questo modo di lavorare può essere utile a te, scrivimi.

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